Franco Battiato si racconta dietro le sue canzoni

Canta cose pesanti, Franco Battiato. E pensanti. (…) Poi lo si incontra, e si affronta il tema del pubblico. Su cui egli dice: “Va ignorato e disatteso. Con cura. E’ l’artista che deve determinare la comunicazione”. Si prende veramente troppo sul serio, dunque? Macché. Basta proseguire il colloquio, per incontrare quanto crediamo abbia permesso a Battiato di diventare Battiato. L’ironia. Pensante anch’essa. E decisiva. “Sa, da giovane ho attraversato un sano momento di depressione. Una notte sentii una voce che mi ripeteva ossessivamente ‘Ma tu chi sei?’. E dopo un po’ un’altra, con vago accento napoletano, rispose come in “Chiove” di Bovio ‘Chi si’? Tu si’ ‘a Canaria, tu si’ ll’Ammore’… E così quello che sembrava dramma, divenne farsa”.

Dal 1995 scrive con Sgalambro. E’ ancora cantautore?

“Distinguerei: testi miei, altri suoi, altri ancora a quattro mani. Una collaborazione con sorprese. Prenda “La cura”: la prima parte è mia, lui ha scritto da “Vagavo per i campi del Tennessee” in avanti. Poteva sembrare una deviazione, apparentemente, ma ha rappresentato la svolta salutare del brano”.

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Spesso comunque nelle canzoni lei non dà risposte nette. Come ne “Il vuoto”, che fotografa molti disagi ma si chiude con “Tu sei quello che vuoi ma non sai quello che tu sei”. Come dire, tiratele voi, le conclusioni…

“Perché l’artista, ahimé, ha un limite e un pregio: è ponte fra Cielo e terra. Però le sue responsabilità se le deve assumere. Ed io credo nel miglioramento, anche se a volte non capiamo le sinusoidi su cui cambia il mondo. Ma è per questo che dicevo che la comunicazione va determinata dall’artista”.

Solo che poi ai concerti capita che al “Ballo del potere”, una denuncia, la gente danzi. Le spiace?

“E’ parte del gioco: conta il livello. Musica è anche partecipazione del corpo alla gioia del movimento”.

“Tra sesso e castità”: due estremi. In mezzo trova ancora spazio, l’amore che lei canta ne “La cura”?

“Quello è un possibile ideale per persone serie”.

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“Si inventano democrazie”, canta in “Ermeneutica”. Canzone politica, diremmo. Ambientata dove?

“Pochi capirono che è una canzone politica, sa? Ed è ambientata nell’umanità, purtroppo”.

Forse l’hanno capito in pochi anche perché lei gioca un po’, in musica. Alterna semi di riflessione forti ma mascherati, come in “23 coppie di cromosomi”, a versi inappellabili, come in “Sarcofagia”…

“Sante parole. In musica dico pure quanto non direi nella vita. “Povera patria” l’ho scritta per “pietas”, chiedendomi come Totò se siamo uomini o caporali… Ma certe ingiustizie spingono alla violenza: fortunatamente, solo col pensiero”.

“La tristezza non prevale su me / col canto la tengo lontana”: è questo il senso ultimo della sua arte?

“Il verso è di Manlio, ma lo sposo. Ho praticato improvvisazione musicale per svariati anni. Scoprendo profondità inaudite, che ora sono nel mio bagaglio”.

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Scusi la domanda importuna. “La porta dello spavento supremo” è la morte. L’ha cantata. Ne ha paura?

“Ho lavorato su questo. A volte sento che potrebbe essere un passaggio meraviglioso, altre no. Vedremo…”

Nel 1979 Francesco Messina scriveva, a presentare la sua poetica per “L’era del cinghiale bianco”, “Non si può mostrare ciò che si è ma solo ciò che gli altri possono cogliere”. Questa intervista dunque ha potuto dirci di lei veramente qualcosa in più di quanto già non facciano le sue canzoni? O bastavano loro?

“Questo non lo pensi neppure. E’ sacrosanto conoscere la posizione ed i processi creativi dell’autore. Anche per eventualmente, poi, ignorarli…”