GUARESCHI: UNO SCRITTORE DA RISCOPRIRE

Posto che la critica ufficiale (per certi versi potremmo dire “grazie al cielo”) di lui si occupa poco, è però un fatto che lo scrittore italiano più tradotto e letto nel mondo si chiama Guareschi Giovannino, nato nel 1908 a Fontanelle di Roccabianca (Parma) e scomparso nel 1968 a Cervia. Il problema, parlando di Guareschi, è che anche quando qualcuno ha l’illuminazione di prendere nota dell’importanza dello scrittore e di parlarne, si finisce sempre col dibattere di Don Camillo e Peppone, Peppone e Don Camillo. I quali sono sicuramente personaggi straordinari, e lo scriviamo anche perché non vorremmo trovarceli in sogno a lamentarsi di scarsa considerazione: conoscendone i caratteri, sapete… Però Guareschi ha fatto anche altro, nel corso della sua lunga carriera di scrittore-giornalista-umorista-polemista-disegnatore-eccetera eccetera. E ci sembra interessante, almeno per i suoi 23 lettori (Guareschi sosteneva di non averne di più: chiaro che la nebbia della Bassa qui c’entra molto), ricordare questo “altro”. Sempre dopo aver rivolto doverose scuse al parroco ed al sindaco del paesello reso noto anche sul grande schermo.

Esattamente sessant’anni fa Guareschi, ad esempio, non poteva usare il proprio nome e cognome. Era chiamato 6865, stava in un Lager. Dove, con un coraggio ed una forza d’animo (ed una fede) non comuni, riuscì lo stesso a continuare la sua opera di portatore di valori, con quella sua scrittura semplice, ironica, profondamente vera. Nel Lager –dov’era finito per non tradire un giuramento, cose che capitavano, decenni orsono- 6865 scrisse “Diario Clandestino”. Libro che vi consigliamo di leggere innanzitutto per il senso della testimonianza, che poi Guareschi sintetizzò così: “Signora Germania, non hai vinto. Perché io non odio nessuno”. Scritto dopo due anni di Lager, non è male. E poi perché viene fuori, da questo volume, l’uomo 6865: nella prefazione scrive “L’unica cosa interessante, ai fini della nostra storia, è che io anche in prigionia conservai la mia testardaggine di emiliano della Bassa: e così strinsi i denti e dissi: “Non muoio neanche se mi ammazzano!”. E non morii. Probabilmente non morii perché non mi ammazzarono: il fatto è che non morii. Rimasi vivo anche nella parte interna e continuai a lavorare”. Già: 6865 nel Lager prendeva appunti per il suo “Diario Clandestino”, ma organizzava anche momenti di aggregazione, scrivendo raccontini umoristici che partivano dal Lager perché anche gli altri uomini-numero, ascoltandoli, potessero uscirne e tornare alle loro case. Almeno col pensiero.

Ripreso il nome di Giovannino Guareschi, però, lo scrittore decise di dimostrare una volta di più la propria testardaggine da personaggio della Bassa. E tornò nei luoghi di 6865. Ci tornò con “Ritorno alla base”, viaggio fatto e documentato nel 1957 e pubblicato con questo titolo nell’89. Perché ci tornò? Lo scrisse lui stesso. “Non si preoccupino i miei ventitré lettori: se vi parlerò dei giorni della prigionia non lo farò per raccontare le solite storie di orrori e di martirio. Io, fra i reticolati, ci stavo benissimo. Perché ebbi subito la fortuna d’incontrare il tipo più simpatico ed interessante del mondo. Un tipo che non avevo mai conosciuto e col quale nacque immediatamente una formidabile amicizia che tuttora dura. Incontrai, insomma, me stesso e là imparai a stimarmi e a volermi bene”.

Guareschi, con i suoi 23 lettori presunti e la semplicità dell’uomo che lavora, non si rendeva forse conto del peso di quanto scriveva in queste note, e del modo in cui ha ripercorso –senza vittimismi, a testa alta- il “ritorno” al Lager. Ma questa era una sua ulteriore testimonianza dei valori fondanti l’anima dell’uomo, testimonianza che si aggiunge alle tante dette in forma umoristica o romanzata fra Don Camillo e Peppone. Quanti hanno saputo parlare dell’orrore dei Lager in questa maniera, sottolineando che l’uomo esiste e resiste, perché conta di più del male che gli sta attorno, delle ideologie e delle bandiere? Solo Giovannino, che non per nulla è divenuto autore universale.

Però, prima che il cielo si oscuri e l’anima di Giovannino ci invii tuoni e fulmini, cambiamo argomento. Tanto, il consiglio di leggervi “Diario clandestino” e “Ritorno alla base” ve l’abbiamo già dato.

E passiamo ad un altro lato del Guareschi “da riscoprire”: il Guareschi che, con vignette, editoriali, “visto da destra e visto da sinistra”, faceva ragionare, se non l’Italia e tantomeno i suoi politici, almeno gli italiani. Tanto da impedire che l’Italia del secondo dopoguerra divenisse pari alla Polonia, alla Cecoslovacchia, all’Ungheria, alla Romania, alla Bulgaria. Nel 1946 (e qui Don Camillo ci scuserà se non lo si cita, perché è nato dopo), sulle pagine del “Candido”, Giovannino inizia una battaglia a favore della monarchia. Tanto per chiarire che non era legato ai partiti. Persa quella prima battaglia, con il prete della Bassa già ben vivo e vitale, Guareschi si distinse però nel 1948 per un’altra battaglia, contro il Fronte Popolare. Non voleva che l’Italia diventasse satellite dell’Urss. E in molti sostengono che quelle elezioni le vinse lui, Guareschi. Del resto è evidente come non si potesse rimanere indifferenti di fronte a certi manifesti: lo scheletro di un soldato italiano morto nella Campagna di Russia che dice “Mamma, votagli contro anche per me”; oppure la famosa vignetta “Nella cabina elettorale Dio ti vede, Stalin no”.

Tutta questa attività di impegno –non ci sembra corretto dire “politico”, Guareschi stava su posizioni più “alte”, badava all’etica ed al rispetto, solo di conseguenza prendeva posizioni precise nel dibattito del suo tempo-, la si può ritrovare nelle quattro raccolte “Mondo Candido” (1946/48, 1948/51, 1951/53, 1951/58), molto ben curate dai figli.

E se si vuole invece capire com’era l’Italia che 6865 trovò tornando a casa e ridiventando Guareschi, si gusti il collage commentato fatto –con genialità assoluta- in “Italia provvisoria”, uscito nel 1947.

Il problema di Guareschi, ciò che forse purtroppo lo fece mancare immerso nell’amarezza perché si sentiva solo, fu che mai questo Paese gli diede la soddisfazione di riflettere. I suoi lettori, ben altro che 23, sì, gliela diedero: ma quanto lui andava scrivendo veniva banalizzato, appiattito in quella pseudopolitica che fu la stessa che lo mandò anche in galera per un’accusa –mai provata- di offesa a De Gasperi. Anche se lui ebbe l’onestà di non chiedere la grazia e di asserire poi che “De Gasperi, a confronto di chi venne dopo, era un gigante”.

Anche nell’ultima opera sinora curata dai figli, “Baffo racconta” dell’anno scorso, si coglie però la grande attualità di Guareschi: l’ultimo racconto recuperato dagli archivi per il volume è del 1967 e si intitola infatti “L’embrione”. Qui Guareschi parla di un feto ucciso, con la madre fedifraga, dalla gelosia del padre tradito: il “bambino, piccolo piccolo, che pareva fatto d’aria”, chiedeva al tribunale giustizia anche per sé. E “No, ragazzino. Non si può uccidere chi non è nato”, gli risponde il giudice. La morale del racconto è “dura lex sed lex”; ma quella di Guareschi, che nel racconto spiega alla governante Gio’ come crea le sue storie, ispirandosi alla realtà perché nulla c’è di più inverosimile, sta nel troncare ogni discussione ulteriore sull’argomento dicendo “Qui non siamo in tribunale e qui i morti si rispettano”. Non vi ricorda nulla, riguardo a dibattiti degli ultimi tempi?

Giovannino, Giovannino… Eri troppo avanti, forse. Eri troppo attento all’uomo, sicuramente. Ma Don Camillo ti avrebbe assolto: ed anche Peppone, in fondo. Come hanno fatto i tuoi 23 lettori riconosciuti, ed anche i milioni di altri che hai sparsi nel mondo e non hai voluto ammettere di avere. Del resto, chi scrive è nato dopo che tu te ne sei andato: e dunque, qualcosa devi aver pur scritto di interessante, per conquistare i giovani. Vabbé, giovani… Non esageriamo, ormai. Però tu pensaci. E voi, provate a scoprire Guareschi anche dietro la popolarità di Don Camillo: ne vale la pena.