A genova, a casa di Gino Paoli

Sullo sfondo del salone, la vista del mare di Genova e un pianoforte sembrano voler sintetizzare per immagini la poetica dell’artista con cui stiamo conversando. In primo piano, davanti a noi, l’artista: un Gino Paoli in forma smagliante che si racconta senza sotterfugi, a sessant’anni dal suo esordio nella canzone d’autore di cui oggi non solo è un padre nobile, ma pure – come dice lui ridendo – “un sopravvissuto”.
“Ma non m’interessa granché, essere il sopravvissuto dei cantautori” – dice con il suo fare sornione – “Sul piano umano invece il problema è che se ne vanno tante persone cui sei legato; ma invecchiare resta bello, se fai quello che ti detta la tua età ovvero, nel mio caso, se scrivi come sei adesso e non cercando di imitare com’eri a vent’anni”.
Cosa l’ha spinta all’esperimento delle “Canzoni interrotte”, brani brevissimi?
“Volevo rompere alcune regole della canzone con un atto di essenzialismo. La canzone costringe a ripetere: qui tento un altro modo di usare note e parole senza fronzoli, rime o altro. Così le canzoni si fermano quando quello che dovevo dire è stato detto: poi le ho unite in quanto ogni brano è parte di un discorso, flash emozionali che insieme si completano”.
Questo Paoli assomiglia al Paoli “trasgressore” degli esordi?
“Ma io sono un trasgressore per vocazione, non per volontà. Da sempre, in un mondo fatto da gente che accontenta qualcun altro, io scrivo quello che sento”.
E la rivoluzione che fu il primo cantautorato, secondo lei assomiglia a quella del rap odierno?
“Se un ragazzo di Brooklyn va in giro senza cintura e stringhe lo fa perché quando vai in galera te le tolgono, la sua provocazione ha una ragione; se lo fa uno di Milano è una stupidaggine. Il rap nasce da esigenze culturali, non vedo quale humus abbia in Italia: mi sembra finto”.
In “Voglio morir malato” lei provoca, ma segnala anche un far musica come atto di solidarietà: si può dire?
“Sicuramente. A che pro non fare tutto quello che si può? Bisogna dare. Si resta per ciò che si è dato”.
C’è quindi un dovere dell’essere artisti, per Paoli?
“Sì, molto forte. Intanto ci dev’essere la censura, ovvero il rispetto delle opinioni altrui, il non offendere: la censura è l’educazione. Poi l’artista deve dare una spinta al pensiero di quelli che l’ascoltano; non deve dire come pensare, quello spetta ad altri, ma spingere a farlo autonomamente”.
Questo Gino Paoli lo capì subito, nel ‘59?
“Anche prima, quando facevo il pittore. Il tempo non mi ha cambiato”.
Ha rinunciato ad esprimere qualcosa, passando dalla pittura alla musica?
“Ho rinunciato al colore, che dà espressione, condiziona le emozioni… Resta determinante in quello che faccio, però in musica non c’è”.
Ne “La mia donna è la libertà” sta cantando il centro della sua poetica?
“Sì: la libertà è una signora che o la sposi subito o non la sposi mai, non c’è niente da fare. E da subito è stata al centro di qualsiasi cosa abbia fatto”.
Parliamo dei suoi sessant’anni in musica: come cominciarono?
“Una musica che mi cambiò la vita fu quella di Brassens: capii che si poteva esprimere con le canzoni molto più che stupidaggini. Ma dopo la guerra per i giovani si aprì il mondo ben oltre la musica: Sartre, la letteratura americana… Eppure siamo diventati tutti cantautori per caso. Io mantenni un impiego tradizionale fino al ’62, poi l’amministratore della ditta in cui lavoravo mi chiese quanto prendevo a serata, centoventimila lire, e mi fece notare che la mensilità era di sessanta. Così mi disse: non pensa sia il caso di smettere?”
Che ricordo ha di Luigi Tenco?
“Luigi voleva avere successo, anche per via del rapporto con la madre che si capisce da “Vedrai vedrai”. E certo che voleva andare a Sanremo, che voleva aver successo lì: la canzone la riscrisse tre volte”.
Bruno Lauzi com’era?
“L’uomo più coraggioso che abbia mai conosciuto. Gli volevo molto bene: chi mi manca di più sono lui e Umberto Bindi, una persona buona, di grande dignità, che è stata massacrata”.
Come definirebbe Enzo Jannacci, che dà il nome alla nostra rivista?
“Un genio. E un grande musicista. Lo conobbi da Nanni Ricordi, mi disse che c’era uno che voleva sentissi e mi presentò un signore perbenino con occhiali e cravatta. Poi iniziò a suonare e divenne Mister Hyde: cantava d’un cane coi capelli, di ombrelli e fratelli… Dissi a Ricordi di prenderlo subito”.
La canzone d’autore è cultura?
“Deve esserlo. Il linguaggio ha tre significati, semantico, etimologico ed evocativo: oggi si usa il più facile, l’ultimo, e si sballa il senso dei termini. Ma la canzone, rispetto alla poesia, accoppiando la parola alla musica permette di toglierle equivocità. Dunque la canzone dovrebbe trattare cose che sono cultura e rivalorizzare il linguaggio dandogli identità, proprio nella misura in cui consente queste operazioni culturali. Certo però non avviene cercando di scrivere ciò che vogliono altri”.