Chi era Vittorio Gassman

Vittorio Gassman, nato a Genova nel 1922, moriva a Roma il 29 giugno del 2000, e lasciandoci -nel sonno- esorcizzava definitivamente le ansie, tipiche di una sensibilità artistica accentuata, che in fondo aveva tentato di sconfiggere per tutta la sua carriera. Fingendosi sbruffone, giocando fra sberleffi od arrampicandosi in volute, accentuate volgarità, recitando da mattatore: fino ad osare di lasciare in secondo piano la timidezza, la colta galanteria, lo sguardo onesto e limpido che ben ha conosciuto chi ha avuto l’occasione di parlargli di persona.

Presentando a Milano l’ennesimo spettacolo di “addio”, “Anima e corpo”, che poi sarebbe stato quello effettivo di saluto al suo pubblico, Gassman ci disse: “Vede, io alterno la mia parte seria con quella comica. Perché l’attore deve essere un poco sacerdote ed un poco puttana, se no come fa a sublimare le sue malinconie? Io le voglio sublimare nei grandi testi di parola, ma facendo se occorre pure il buffone”. Nell’arte, Gassman ritrovava insomma le risposte che faceva fatica a cogliere nella vita: “Anche in questo mio spettacolo di commiato –diceva- c’è poco di autobiografico, sa? C’è giusto una “letterina” che scrivo a Dio, da eterno dubbioso, in bilico fra ateismo e fede. Per il resto mi affido a Brecht, Sepulveda, Marziale, Shakespeare, Dante, Sofocle”. E quello spettacolo, concludeva, si chiamava “Talk-show d’addio” perché “non ho più settant’anni… E perché mi assomiglia. Se fosse veramente l’ultimo, mi avrebbe rappresentato bene”.

In scena, poi, era un fuoco di fila di personalità diverse che trovavano sfogo nell’arte di un unico individuo: capace di coinvolgere il pubblico, di ammaliare le signore e le signorine, di richiamare alla mente echi del suo storico “Kean” e di commuovere con Dante, prima di chiudere con una barzelletta sconcia.

Nel Paese senza memoria che reca il nome di Italia, di Gassman ovviamente ci si è già dimenticati a sufficienza. E questo malgrado, oltre che al teatro, il Mattatore abbia dato molto di sé al cinema: “La grande guerra”, “Riso amaro”, “C’eravamo tanto amati”, “I soliti ignoti”, “Profumo di donna”, “Il sorpasso”, “La famiglia”, “I mostri”, “L’armata Brancaleone”. Ma chi avesse avuto a che fare con quella italica sfrontatezza, maschera della fragilità, che Gassman portava in scena con rigore e talento, non sa dimenticarlo. Come fare, dunque, a ricordarlo anche agli altri, a far capire anche alle nuove generazioni chi è stato Vittorio Gassman?

Bisogna necessariamente andare a scovarne il lato più intimo –non scevro peraltro di ulteriori occasioni di picaresca cialtroneria da “attore” vero- nei libri. Perché Gassman fu anche scrittore e poeta, nonché biografo di sé stesso.

In “Un grande avvenire dietro le spalle”, la sua autobiografia (come si coglie volutamente celebrativa ed ironica al contempo), si presenta così: “Leggete –se ne avete voglia- soprattutto la punteggiatura. Penso a volte di non poter più scrivere parole, solo i segni che ritmano e disturbano le parole. Meglio delle parole essi rappresentano la mia vita, la labilità crescente delle idee e dei miei impulsi. Uno slancio vitale che deborda ormai indefettibilmente nella coazione a ripetere (o a capovolgere, che è lo stesso) gesti, sussulti simbolici, aritmetiche della superstizione, riti”.

Ecco: qui c’è tutto Gassman, o quasi. C’è l’uomo colto che sa riflettere sul senso della vita (e quasi vi si perde); c’è il letterato che sa usare le parole, i riti, i simboli e l’attore che li sa capovolgere o ripetere; c’è un latente male di vivere accompagnato dalla fintamente modesta –ma, pur se non dichiaratamente, ironica- considerazione di non aver nulla da dire; e ci sono, dopo l’enunciazione di questo “nulla”, 250 pagine fitte fitte di “tutto”: dall’infanzia agli amori, dal “ritiro sull’Aventino” alla “lunga vecchiaia”. Il “quasi” di cui parlavamo sopra, quello che manca di Gassman nella sua autobiografia è quanto lui sapeva dare a teatro –o al cinema, in altro modo-: la sua fisicità, gli sguardi assorti o birichini, la parola che con la sua voce diveniva materia viva, cosa vera. Come con pochi altri attori è mai accaduto. Manca il “Capitano Achab” del contemporaneo, quel viaggiatore instancabile e condannato alla vita che mise in scena –col figlio Alessandro- nel magnifico “Ulisse e la balena bianca”; manca l’urlo dell’armata Brancaleone, mancano i “talk show” e quelle poesie di Dante non dette, bensì “vissute” da lui: fra luci, sudore e commozione.

Per molti versi, il “quasi” che manca nell’autobiografia ci è dato però dal cofanetto della Rai “Gassman”. Un volumetto sulla sua carriera televisiva, costruito su citazioni emblematiche (“Chi ti ha detto che io recito delle poesie? Solo perché le ho recitate la volta scorsa? Io faccio quello che mi pare! Mi tolgo gli sfizi”, gridò tra il serio e il faceto a Baudo in “Canzonissima” 1972), e un video dove la voce, lo sguardo, il corpo del Mattatore ci sono.

C’è il Gassman giovane che chiamava file di fans a sé per la prosa (solo per quello occorrerebbe fargli un monumento…); il Gassman-Mangiafuoco che cupamente entra nel personaggio per il “Pinocchio” di Comencini; il Brancaleone che stravolge le convenzioni del sabato sera di Corrado; “Il Mattatore” vero e proprio; Shakespeare ed ancora Dante; nonché qualche spunto del Gassman oltre le luci della ribalta.

Ci manca, un personaggio come lui: anche se a volte verrebbe da pensare a quanto avrebbe potuto dare di più se la sua sensibilità non l’avesse spinto a parlare soprattutto di sé e mettere in primo piano la sua vita, dal film “Di padre in figlio” dell’82 dedicato ai rapporti coi due figli maschi agli ultimi spettacoli teatrali, “Camper” e lo stesso “Anima e corpo”. Perché avrebbe potuto lasciarci tante interpretazioni mirabili, oltre a quelle che ci ha comunque lasciato, ne “Il sorpasso” come ne “I soliti ignoti”, leggendo la “Divina Commedia” o interpretando Riccardo Terzo, Oreste, Otello, “I tromboni”. Ma lui, anima d’artista, viaggiava su altre lunghezze d’onda: anche per questo, finì con Dante.

“La “Divina Commedia” –recita la quarta di copertina del suo volume di “cronaca e storia di un’interpretazione”- è un po’ tutto, anche un grande testo psicanalitico, se vogliamo. E’ la storia di un viaggio nel profondo, nel mistero. E’ la discesa nel buio dell’anima umana”.

Questa discesa, in realtà, Gassman metteva continuamente in scena, anche a rischio di fare troppo il “Mattatore”, di svelarsi o mascherarsi troppo, o di rinunciare alla prosa per quel “mal di parola” che lo attanagliò e per diverso tempo lo portò verso poesia e scrittura.

Ma il suo vero spettacolo di “addio”, come detto, era una summa della sua anima tanto sfaccettata e violenta nell’esprimersi, quanto delicata e lieve nel rapportarsi agli altri; e il suo ultimo film, “La cena” di Scola, lo ha visto interpretare la nuova borghesia italiana negli occhi a tratti spenti di un maestro in pensione.

Il viaggio nella vita del Mattatore stava ormai declinando verso la notte: ma andandosene, Gassman ci ha lasciato un modo di vivere malinconie ed ansie quotidiane, un’indicazione per sublimarle, e soprattutto il ricordo –indelebile- di quella ribellione fisica al destino che lui, come pochi altri, sapeva portare sul palco. Per esorcizzare la fine e farla esorcizzare, perché no?, almeno un poco, anche a noi.