IL MIO ADDIO AL MITO GIORGIO GABER

“Forse sono io che faccio parte / di una razza in estinzione”. Era malato da tempo, Giorgio Gaber, e questi versi tratti da una delle più pungenti canzoni di quello che si è rivelato essere il suo ultimo lavoro edito in vita, “La mia generazione ha perso” del 2001, ora suonano tristemente premonitori. Eppure anche in quell’album, primo in studio dopo anni di tournée teatrali, il signor G., lui, dimostrava di non aver perso, di avere ancora molto da dire. Nei prossimi tempi qualcuno, vedrete, declamerà da una cattedra quello che gli spettatori dei suoi lavori già sapevano da anni: andando a vedere Gaber, all’uscita da teatro si era più ricchi dentro. Dopo aver fatto il rockettaro negli anni Cinquanta con Celentano, e con Jannacci in un duo magistralmente surreale, dopo qualche Festival di Sanremo come chansonnier all’italiana, dopo un trionfale tour con Mina (stagione 1969/70), Gaber aveva abbandonato i lustrini della popolarità da piccolo schermo per impostare un inedito modo di fare spettacolo. Il suo “Teatro-Canzone”, realizzato con l’apporto dell’amico Sandro Luporini, era un altissimo esempio di teatro “politico” laddove il termine conservava ancora il proprio significato etimologico. Era un teatro nel quale Gaber ponendosi sullo stesso piano dello spettatore –era, questa, fra le ricette di un successo trentennale- impostava riflessioni sulla realtà: ora ironiche ora amare, ora sarcastiche ora drammatiche, sempre lucidissime. Che poi il tema fosse la sanità o la democrazia, la Chiesa o le mode, l’individuale o il sociale, l’amore (su cui ha scritto alcune delle pagine più belle della canzone italiana, ci piace ricordare “Il dilemma” dell’82 e l’ultima “Quando sarò capace di amare”) o l’attualità stretta, poco importava. Gaber parlava alla gente considerandosi parte integrante di essa, e per questo –anche quando non si era d’accordo con lui- si aveva la certezza che quanto cantava (in modo volutamente semplice) o diceva (con una teatralità imperniata sulla forza della parola), questo aiutava a capire, a capirsi, talvolta a mettersi in discussione, sempre a pensare. E non mancava mai di finire i suoi spettacoli, anche negli ultimi tempi nei quali gli costavano immani sforzi fisici, sfiorando le tre ore sul palco per ricordare “Porta Romana” o “Non arrossire”, i pezzi che gli avevano dato la prima popolarità. “La libertà” è il titolo di una delle sue canzoni più famose, in una trentina di esperienze di teatro-canzone: da “Il signor G.”, 1970/71, a “Gaber 1999/2000”, con la perla quasi profetica di “Far finta di essere sani” del ’73 e quella più filosofica di “E pensare che c’era il pensiero” del ’94; esperienze interrotte solo da due episodi di prosa, fra cui “Aspettando Godot” con Jannacci, e qualche monologo. Ma “La libertà” è anche il concetto che ispirava il suo lavoro di artista. Giorgio Gaber amava ricordare di non “aver mai aderito a nessun Partito”. Ha insegnato tantissimo a chi l’ha saputo ascoltare, ma non avrebbe voluto essere ricordato come un “maestro”. Lasciamo dunque che per lui parli, come sempre è accaduto, un’altra delle sue ultime canzoni: “E tu mi vieni a dire / che non c’è più salvezza / …Ma io ti voglio dire / che non è mai finita / che tutto quanto accade / fa parte della vita”. Anche la notizia della sua scomparsa fa parte di questa vita, ed impoverirà il panorama della cultura italiana in modo molto più pesante di quanto oggi non si possa prevedere. Ma chi l’ha visto a teatro non potrà dimenticare quella spinta a pensare sempre e solo con la propria testa. L’importante è che la sua lezione rimanga viva non soltanto nel ricordo, che qualcuno sappia farne buon uso: anche se oggi fatichiamo a scorgere suoi possibili eredi. Ma Giorgio Gaber, lo ha detto nel libro “Parole e canzoni”, aveva una “fiducia illimitata nelle potenziali risorse dell’individuo”. Ancora una volta allora vogliamo condividere una riflessione, anzi una “fede laica” come lui amava sottolineare, con questo signore lontano dai riflettori, refrattario alle interviste, schivo nella vita privata, indimenticabile esempio di Artista con la maiuscola. Il signor Giorgio Gaber, cui rimproveriamo solo di essersene andato proprio adesso, adesso che tanto avremmo bisogno di quei suoi stimoli, di una coscienza, di un pensiero lucido e libero con cui confrontarci per provare a scegliere il nostro posto, da uomini, nella società degli uomini. C’è chi da un palcoscenico ci ha insegnato a sognare, chi a commuoverci, chi a sorridere: il signor G., non è retorica, ci ha insegnato a pensare.