La testimonianza di Chris Rea

Fino a una decina d’anni fa Chris Rea era una rockstar i cui dischi scalavano le classifiche. Poi, quello che chiama “il regalo dall’alto”: numerose operazioni chirurgiche, l’asportazione di pancreas e parte dell’intestino, il diabete. Ed oggi dice: “Cinque anni fa credevo che la mia morte fosse certa. Ora so che la malattia mi è stata mandata per arricchirmi e voglio che la mia vita abbia un senso nuovo, che la mia nuova arte contribuisca a far uscire la musica dalle industrie per riportarla ai giovani”. Il nuovo progetto del 54enne chitarrista britannico si intitola “Blue Guitars”, ed è innovativo quanto coraggioso. Si tratta infatti di un “libro da ascoltare”: da un lato, undici cd con ben 137 inediti che esplorano la storia del blues dalle radici agli anni Settanta, (…), dall’altro, decine di dipinti ispirati alla musica ed un dvd dove il blues è reso come piace a Rea: “alla Scorsese, in modo diretto e non patinato”.
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Non teme di sfidare troppo il mercato di oggi?

“Romanticamente vedo ancora il disco come un libro, tramite cui si può comunicare e confrontarsi. Oggi certo i discografici non hanno cultura: zero talenti, i dischi con idee sono bloccati e gente come Ben Harper finisce nel calderone mentre trent’anni fa sarebbe stato trattato come Marley o Hendrix. Il problema è che i giovani non possono rendersene conto. (…)”.

Perché ha scelto il blues per cercare emozioni?

“Perché c’è spiritualità in quella musica. Semmai dovevo capire dove nella sua storia si coniugava di più con la mia anima. Credo accada nel lavoro sui cantastorie poveri di Chicago: più che nel soul”.

La pittura che ruolo ha avuto nel progetto?

“Dipingere dà senso a me. Perché le canzoni sono parenti strette dei quadri, ma la musica si confronta con un pubblico mentre il dipinto è personale”.

Oggi come giudica gli eccessi dello show business?

“Le provocazioni estetiche del rock mi sembrano un tema sorpassato. Avverto invece il dramma di uno stile di vita da ricchi trasmesso come “normale”. Non avere soldi è sicuramente un problema, ma averne tanti non dà la felicità. Il valore è la vita, l’ho capito nella malattia: per questo ora preferisco rischiare su proposte artistiche che sento dentro, piuttosto che inseguire ancora facili successi”.