Un ricordo del grande attore e regista Giulio Bosetti

“Alcuni problemi mi avevano fermato, ma quando ho ripreso a fare regie sono come rinato. Aiuta stare vicino ai poeti, sulle tavole di un palco: il mio mestiere, la mia piccola missione”. Minimizzava la malattia con aplomb, Giulio Bosetti, l’ultima volta che l’abbiamo incontrato. Entusiasta come un bimbo, lui quasi ottantenne, per l’ennesimo Pirandello (…),  ennesimo capolavoro di una carriera dedicata al teatro. Come “missione” prima ancora che passione. E con un rigore morale che si auspica lasci un segno, ora che su Giulio Bosetti è calato il sipario terreno dopo una dolorosa lotta col male.

Era nato sopra il suo destino, Bosetti: sopra il Teatro Duse di Bergamo gestito dal nonno, nel 1930. E la vocazione d’attore lo portò all’Accademia D’Amico di Roma dove, ci disse, “mi insegnarono che il regista non si deve notare. Deve dare spazio alla parola, ed aiutare gli attori”.

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Il debutto di Bosetti fu nel 1950, con Ruzante. Ma fin da subito l’artista si segnalò per la sua poliedricità: attore misurato ed elegante, rigoroso ed essenziale ma non privo, alla bisogna, di humour britannico (anche in tv e cinema, ultimo ruolo di rilievo nel “Divo”), presto divenne regista intelligente e profondo, e poi è stato anche direttore artistico che mirava a far cultura. A Trieste, in varie sue compagnie, allo Stabile del Veneto (con cui diresse Mastroianni nel bellissimo “Le ultime lune” che ne fu commiato), dal ’97 al Carcano di Milano.

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Bosetti non era tipo che si tirasse indietro, richiesto di un commento sul declino culturale dell’oggi. Le sue analisi erano taglienti e lucide, ma pure partecipate e non prive di autocritica: ed amare, sì, ma di un amaro riscattato nell’entusiasmo. E da una certezza: “Come disse Aristotele, ci sono tesi e antitesi. Io penso che la tv sia stata tesi che ha condizionato, ma oggi vedo sempre più bisogno di antitesi. Può esserlo il teatro”. Che vedeva così: “Testi di sicuro valore, rappresentazioni oneste e chiare: la gente va rispettata dandogli possibilità di accedere al bello. Certo, è rischioso: ma il brutto allontana”. E di qualità, Bosetti se ne intendeva. Dei suoi tanti lavori preziosi gli piaceva ricordare “Il berretto a sonagli” con cui sbancò Parigi nel 2003 dopo anni di tour italiani.

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A noi oggi piace ricordare “Se no i xe mati, no li volemo” (Se non sono matti, non li vogliamo) di Gino Rocca, in scena a fine anni Novanta. Perché un giorno gli dicemmo che ci aveva toccato, quel testo dolente che denunciava il destino triste di ogni finzione di felicità, in assenza di valori. Bosetti si illuminò e, occhi lucidi, ci disse “Lo sa? E’ il testo che ho amato di più”. Chissà, forse perché in quelle realistiche caricature di tutti noi uomini persi, c’era il senso della missione del recitare come la intendeva lui. Occhi da catturare con gesti di semplicità solo apparente, pensieri da stimolare con parole che penetrano, la vita –quella vera- da far vibrare in scena mettendo in gioco tutto di sé. Come Bosetti ha fatto finché la salute gliel’ha permesso, e ce lo aveva anticipato, entusiasta, proprio sul proscenio dell’ultima regia. “Sa perché noi attori recitiamo fino all’ultimo? Perché vogliamo cambiare il mondo. Con un’arte che in fondo ci fa anche bene. Ma che è vera solo con umiltà, studio, emozioni, etica. Non creda a chi veste i greci in frac o vuole sbalordire. Il teatro è inclinazione artistica e impegno morale. Il resto non è teatro, non è arte, non è vita”.bbiamo incontrato. iulio Bosetti, la missioneeti. E a entito rinato”avevano fermato un po’